Una delle situazioni tipo che da consulente marketing mi trovo a vivere spesso è questa: il cliente che mi chiede come migliorare le prestazioni delle attività sui social media. Proprio questa richiesta ricorrente mi ha fatto venire l’idea per il titolo del mio speech per SMAU Bologna, che si è tenuto giovedì 9 giugno: Checklist per i social.

Ho pensato quindi di riassumere il mio intervento in questo post: spero possa esserti utile per capire come migliorare la “salute” del tuo marketing digitale. Pronto? Iniziamo.

Gli errori più comuni che commetti sui social? Questi

1. Non aver capito a cosa servono i social media
Sui social non –  e ripeto non – si vende. O, meglio, non si presidiano i canali social con l’atteggiamento del venditore da bazar. Come dice Tom Fishburne, “il miglior marketing è quello che non sa di marketing”, per cui non riempire il tuo piano editoriale con post che rimandano al tuo e-commerce. La soluzione?

– intrattieni
– sii utile
– conversa
– stai sul pezzo (real time marketing)
– pubblica contenuti che possano migliorare la vita delle persone (a volte anche solo farle ridere può essere sufficiente).

2. Focalizzarsi su troppi canali social
Che senso ha aprire dieci canali social se dopo non hai tempo di curarli e riempirli di contenuti utili? Prima di aprire una nuova pagina, un nuovo profilo, un nuovo blog chiediti:

– ha davvero senso presidiare questo social?
– ho le risorse per portare avanti una strategia editoriale seria?
– ho chiara la finalità di quel canale?

3. Essere troppo autoreferenziali
Che noia quei brand che non fanno altro che lodarsi addosso! Siamo i leader, siamo i migliori, abbiamo i prezzi più stracciati, abbiamo milioni ma che dico milioni miliardi di clienti… Non so te, ma io di queste informazioni non me ne faccio proprio NULLA.

Il brand social non è quello che parla di sé, è

quello che conversa con gli altri.

4. Essere impersonali
Ci sono aziende che comunicano in maniera così fredda, distaccata e impersonale da non far venire il benché minimo barlume di voglia di cliccare sul bottone “Contattaci”.

I social sono fatti per i brand capaci di conversare – e questo te l’ho già detto. I social richiedono personalizzazione, calore, umanità. Se non sei in grado di scendere dalla tua torre d’avorio, tieniti stretto il comunicato stampa.

5. Nascondere i commenti negativi
Non aver paura di un commento negativo: molto spesso è una porta che dà accesso a nuove possibilità per il tuo brand.
Per esempio io ho molto apprezzato la scelta del brand Garofalo. Quando l’azienda è stata acquistata dagli spagnoli, ha fatto vedere di che pasta fosse fatta (scusa il gioco di parole!) rispondendo in modo ironico e autoironico a commenti negativi (vedi slide 27).

6. Non rispondere al proprio pubblico
A cosa ti serve stare su Twitter se non rispondi in tempo reale ai tuoi clienti? A cosa ti serve aprire una pagina Facebook, dico io, se impieghi 3 giorni per scrivere un messaggio privato a una persona che ti chiede informazioni/si lamenta/ti saluta…?

Eppure c’è chi non risponde. Ogni risposta non data è un’occasione persa.

7. Non pensare alle buyer personas
Il tuo pubblico, per quanto omogeneo possa essere, è eterogeneo. Sì, proprio così. Non avrai MAI e dico MAI una composizione al 100% omogenea di persone con stessi gusti, interessi, età, sesso, estrazione sociale…

Per questo è importante pensare alle buyer personas. Le buyer personas sono persone tipo che possono comporre il tuo target. Pensa a chi può essere interessato ai servizi che offri e ai prodotti che vendi e crea identikit dettagliati (vedi slide 36).

8. Misurare i successi tramite il numero di fan
Questa storia del celolunghismo social deve finire. No, ma dico sul serio eh. Perché a me capita di vedere – dico per fare un esempio – fanpage con nemmeno mille fan ma con un tasso di interazione pazzesco e tante richieste (soprattutto quelle). Sono altre le metriche che contano (vedi da slide 37 a 47).

Capisco che molti siano ancora attaccati al

“numero”, ma io sono più dell’idea che la

qualità dei fan sia più importante del numero.

9. Concentrarsi sulla quantità dei fan e non sulla qualità
Dicevamo? Ecco, appunto: meglio la qualità dei fan che la quantità.

Guarda me, per esempio: la mia fanpage, a un mese dalla nascita, conta poco meno di 1.000 fan. Certo, sono pochi, ma non dispero (anche perché in 30 giorni 1.000 fan vanno più che bene!). E non dispero soprattutto perché ci sono dei post che hanno raggiunto una reach che supera di 10 volte la fanbase. Quindi sono proprio felice, altro che disperato e disperato.

Questo perché? Perché ogni volta che programmo un post penso: “Sarà davvero utile per chi mi segue? È uno strumento poco conosciuto e figo? È un post interessante? È una GIF o una foto davvero divertente?”.

Lavorare avendo bene in mente la qualità

del contenuto premia. Ne sono convinto.

10. Usare hashtag non pertinenti
Non mi voglio dilungare su questo punto. Gli hashtag su Facebook servono a poco o a niente. Su Twitter sono utili, ma bisogna usarli con criterio. Sono legati a un evento o sono brandizzati? Bene. Altrimenti sappiate che l’algoritmo di Twitter rileva parole chiave in un tweet anche senza che queste siano precedute dal simbolo #.

11. Condividere troppo. O troppo poco
Dopo il celolunghismo c’è anche il condivididarismo, corrente di pensiero assai diffusa in questi ultimi anni. Per i condivididaristi bisogna pubblicare a nastro.
Poi c’è anche la corrente degli assenteisti: quelli che aprono i canali social e poi chi s’è visto s’è visto. Un post al mese e amici come prima.

Né gli uni né gli altri fanno bene. Bisogna condividere il giusto. Esiste, a mio parere, un minimo sindacale di contenuti da pubblicare su ciascun canale social; sono però anche dell’idea che è meglio pubblicare poco ma bene che troppo e male.

Parliamo di blog: ti sei dato come minimo sindacale 1 post a settimana. Ma se l’idea figa non esce nemmeno a tirarla fuori con le tenaglie? Poco male. Lascia stare. Dalle tempo: la settimana dopo, magari, pubblicherai un post da far invidia a Hubspot.

Meglio aspettare che pubblicare così, solo

perché devi. Non devi, amico. Non devi.

12. Non pubblicare regolarmente contenuti interessanti
Punto, questo, legato a doppio filo con quello precedente. Ricorda che “regolarità” non fa rima con “quantità”, ma solo con costanza.

Questa la formula:
Regolarità ⇨ Abitudine ⇨ Serenità ⇨ Fidelizzazione ⇨ Conversione.
In poche parole, regolarità porta a conversione (ma solo se in mezzo c’è un mucchio di qualità).

13. Tralasciare la parte più importante: ascolto e analisi
Fare fare fare. E non ascoltare. ERRORE! Errore madornale.
Per pubblicare contenuti utili, devi capire cosa voglia dire “utilità” per il tuo pubblico. Durante lo speech ho parlato di 3 tool utili che possono aiutarti (vedi slide da 77 a 81).

14. Pubblicare lo stesso messaggio su tutti i canali
Va bene utilizzare strumenti che aiutano a programmare i post. Ma non va bene spalmare lo stesso contenuti su tutti i canali.
Ogni canale social ha un suo obiettivo, un suo format, un suo pubblico.

15. Non avere una strategia complessiva
L’errore tipico che commettono molti imprenditori è quello di farsi prendere dall’entusiasmo, dalle mode, da… E quindi lanciarsi ora in un social ora in un altro, senza avere in mente una strategia complessiva.

Non tutte le strade del marketing digitale

portano a risultati. Molte conducono a una

strada senza uscita. Forse è bene ricordarsene.

Pianifica, progetta, analizza, valuta, testa. Torna sui tuoi passi. Pensa alle basi della “casa” e poi, solo poi, al “tetto”.

16. Avere una comunicazione online/offline incoerente
Mi piace la comunicazione di Che banca! Mi piace perché trovo grande coerenza comunicativa in tutte le scelte: dall’arredo della filiale ai colori istituzionali al blog Che Futuro…

Coerenza fa rima con fidelizzazione e, come abbiamo già visto prima, fidelizzazione fa rima con conversione.

17. Avere fretta e pensare di ottenere risultati immediati
I social sono come la maionese: solo dopo tanto “sbattimento” esce fuori qualcosa di buono.

E con questa perla di saggezza di cui mi beo tantissimo, ti saluto.

PS: Se hai bisogno di una consulenza strategica, batti un colpo.

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