Apri LinkedIn – o Instagram, o X, fa lo stesso – e il caos ti avvolge in meno di un battito di ciglia. Meme politici, ricette lampo, tragedie planetarie, thread infiniti su come diventare milionario prima dei trent’anni. Tutti, ma proprio tutti, hanno un’opinione definitiva su tutto. Eppure, scavando appena sotto la patina, scopri che quelle parole luccicanti suonano identiche, come se fossero uscite da una fabbrica. È un brusio di fondo che promette connessione e invece consegna confusione.
Anch’io, un tempo, ci stavo dentro con entusiasmo. Postavo, commentavo, rincorrevo i trend. Poi qualcosa è cambiato: ho intrapreso un percorso di crescita personale – terapia, libri, silenzi, chilometri macinati camminando senza cuffie – e, come John Nada in Essi Vivono, mi sono ritrovato con un paio di occhiali metaforici che svelano il substrato delle cose. Dove prima vedevo pluralità, ora distinguo un’unica scritta lampeggiante: Reagisci subito o sparisci.
La scoperta è stata spiazzante. Perché se i social sono il grande bar dell’umanità, dovrebbe esistere un angolo per ogni gusto, un tavolo per ogni conversazione. Invece l’algoritmo spinge i tavoli più rumorosi al centro della sala, quelli che servono bevande zuccherate e gratuite. Le discussioni nutrienti – quelle che ti lasciano sazio di idee – restano confinate in un seminterrato mal segnalato. Quando finalmente le trovi, ti accorgi che sono state viste da poche decine di persone, soffocate dal boato dei trend.
Ho provato la cura d’urto: un mese intero senza social. All’inizio mi sentivo come chi esce da una stanza affollata e si ritrova nel silenzio di una biblioteca abbandonata. Fastidioso, quasi inquietante. Poi, pian piano, l’udito si è riadattato al fruscio delle pagine di un libro, al rumore dei propri pensieri. Ho iniziato a percepire la qualità delle mie giornate attraverso parametri diversi dal numero di notifiche: quante volte ho respirato con calma? quante idee ho appuntato solo per me? quante domande ho lasciato irrisolte senza correre a googlarne la risposta?
Quando sono tornato, carico di buoni propositi, ho pubblicato un articolo a settimana. Li ho curati, limati, imbottiti di valore – almeno secondo i miei standard. Il riscontro è stato tiepido: un paio di like educati, qualche “Bravo” scarno. Nel medesimo istante, il post “Licenzia il tuo team, ChatGPT farà tutto” macinava migliaia di cuori. In testa mi è risuonata la voce di René Ferretti: “Evviva la merda!”. Ma la battuta, questa volta, faceva meno ridere.
Di fronte a quello scarto – tra ciò che sento importante e ciò che viene premiato – ho sfiorato il pensiero di essere io fuori fase, il televisore sintonizzato su un canale sbagliato. Poi mi è calata addosso una certezza più quieta: forse non sono sbagliato, forse semplicemente sto cercando un posto che non sia progettato per attirare chi urla più forte.
Mi sono chiesto che cosa voglio, davvero, da una rete sociale. La risposta, sorprendentemente semplice, è questa: voglio respirare idee che mi facciano crescere, non contenuti che mi facciano reagire. Voglio conversazioni in cui due persone possano cambiare opinione a metà strada, non ring di boxe dove si vince a colpi di sarcasmo. Voglio il tempo lungo dell’apprendimento, non la gratificazione istantanea dell’ennesima notifica.
Non è nostalgia per un passato che forse non è mai esistito: è desiderio di un presente più umano. So che là fuori esistono ancora luoghi digitali dove si legge fino in fondo, si ragiona, si resta anche se la curva dell’attenzione scende sotto la soglia dei venti secondi. Sono nicchie, certo, più simili a club di lettori notturni che a stadi gremiti. Ma, dopotutto, i migliori incontri della vita raramente avvengono negli stadi.
Così ho deciso di dare più valore al silenzio che al rumore. Prima di premere “pubblica” mi domando: questo pensiero è davvero mio? A chi può servire, oltre che al mio ego? Mi rappresenterà ancora domani mattina? Se la risposta non mi convince, lascio in bozza. A volte le bozze diventano terreno fertile per articoli migliori; altre volte svaniscono, ed era giusto così.
Forse il mio posto nel mondo digitale non sarà un feed dominato dall’algoritmo, ma una newsletter spedita a chi sceglie di aprirla, o un cerchio ristretto di professionisti disposti a parlarsi a voce bassa e ascoltarsi sul serio. Forse dovrò accettare numeri più piccoli ma relazioni più dense. Soprattutto, dovrò ricordare a me stesso che la mia identità non è negoziabile al rialzo dei like.
Se mentre leggi annuisci, fosse anche solo con un angolo della bocca, significa che condividiamo una stessa stanchezza e, chissà, la stessa speranza. Non siamo soli, semplicemente dispersI in un rumore che non ci somiglia più. Vale la pena cercarci, riconoscerci e, magari, costruire insieme quegli spazi dove la conversazione è ancora un atto di cura reciproca.
Perché, occhiali di John Nada o meno, la realtà è di chi la sa guardare con occhi puliti – e decide di non chinare il capo davanti al primo cartellone che urla “scrolla di più”.