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Diventa un finanziatore dei Podcast e dei Video di Alessandro Mazzù

L’app del momento. Il social network di cui tutti parlano e sui cui tanti – se invitati – parlano, e pure parecchio. Sì, sto parlando di Clubhouse. Te per parlerò in ottica personal branding. Sono quasi certo che tu sappia di cosa si tratta: almeno per sentito dire, suvvia. No? Ci sta. Forse vivi in un eremo e ti connetti alla civiltà solo una volta ogni due o tre mesi. In questo caso sì, potresti non aver sentito parlare di Clubhouse, che è sulla bocca di tutti a partire dalla fine di gennaio, su per giù. Potresti esserti perso anche l’insediamento del governo Draghi, quello di Joe Biden, nonché qualche succosa notizia sul Festival di Sanremo. Forse potresti essere uscito dal tuo letargo proprio per sapere se il Festival si sarebbe fatto con o senza pubblico, se la Bertè ci sarebbe stata, e via dicendo. In tal caso non voglio rubarti tempo.

Se invece tra l’ennesima intervista ad Amadeus e un nuovo interessante spunto sul personal branding preferisci il secondo, ti invito a restare su questa pagina. Ho parlato di personal branding? Assolutamente sì: Clubhouse può infatti essere usato come un potente strumento per potenziare il proprio personal brand, e fra poco vedremo come. Prima, però, è meglio colmare la tua lacuna, e spiegare brevemente cosa è questo social network di cui misteriosamente non hai mai sentito parlare.

Sarò breve, anche perché il restante 99% dei lettori di questo articolo, probabilmente, sa già di cosa stiamo parlando, e anzi qualcuno sarà già iscritto – se invitato. Clubhouse è un social network atipico, in cui non esistono né immagini, né video, né post scritti. E cosa diavolo è? Cosa si fa? Semplice: si parla. Ci sono delle stanze dedicate a determinate tematiche, nelle quali si può entrare per ascoltare quello che gli altri utenti hanno da dire. Nel momento in cui si vuole dire la propria, apportando il proprio contributo, si parla.

Semplice no? Eliminate le immagini, Clubhouse ha il beneficio di dare una voce a tutti, e di farlo senza pregiudizi, proprio per la mancanza di immagini e altre materiale visivo. Conta solo la voce. Questo è il primo fattore di successo di questo social network. Ma ce ne sono altri, a partire dalla sua esclusività. Sì, perché è davvero un’app esclusiva, che al momento si può usare solo iOS, e non su Android – il che esclude la grande maggioranza degli smartphone – e perché ci si può iscrivere unicamente con l’invito di un altro utente (una cosa di questo tipo l’aveva fatta anche Gmail ai suoi albori, e sappiamo tutti dove è arrivata la posta elettronica made in Google).

Insomma, non basta unicamente scaricare l’app e creare un account, come accade con Facebook, Instagram, TikTok e compagnia bella. A innalzare grandemente l’uso di questo social network ci sono poi stati gli iscritti celebri, da attori a guru del marketing, per arrivare a gennaio alla comparsata di Elon Musk, sufficiente a quanto pare per moltiplicare i download dell’applicazione.

Questo è, in poche parole, Clubhouse. Qual è il mio rapporto con questo social network? Ebbene, non potevo che esserne attratto, per vari motivi. Prima di tutto, perché fin da subito mi è stata chiara la connessione che ci poteva essere tra questo social e il mondo del personal branding. In secondo luogo perché, per la mia passione per il podcast, ascoltato e prodotto, non potevo che essere affascinato da un social fondato sulla voce e su null’altro. In terzo luogo, forse, per una certa stanchezza che inizio a sentire nei confronti dei social classici (non me ne voglia Zuckerberg, che del resto a quanto pare sta già correndo ai ripari per creare un facsimile di Clubhouse).

L’attrazione per Clubhouse da parte mia, c’è, non ci sono dubbi. C’è però un dato di fatto: per usarlo, e per usarlo bene, ci vuole parecchio tempo. E questo è il primo e grande ostacolo che un utente interessato può incontrare. Per capirlo, per viverlo, per sfruttarlo a dovere c’è insomma bisogno di un buon carico di ore. Occhio: non è un ostacolo insormontabile, ma non va nemmeno trascurato.

Quindi sì, a mio avviso Clubhouse può essere molto utile per il personal branding. Perché? Perché disegna un mondo tutto nuovo di comunicare e di socializzare: i social network classici ci hanno insegnato che per distinguersi e per svettare è necessario comparire sempre sotto la luce giusta, meglio, sotto la luce migliore, come se fosse un red carpet. Ecco, con Clubhouse le cose sono differenti, non ci sono filtri, c’è maggiore autenticità, il che lo rende a livello formale lo strumento ideale per il mondo del personal branding.

Un tempo, lo sappiamo, era il post. Proprio così: qualche anno fa lo strumento principe per fare personal branding era il testo scritto, sul proprio blog o sul proprio profilo Facebook o Twitter. Poi è stato il momento dei video, poi dei podcast. Di volta in volta questi mezzi sono diventati il mezzo migliore per costruire e promuovere il personal brand. Senza, ovviamente, eliminare i predecessori: più che una sostituzione si tratta di un affiancamento.

Ora, dopo i podcast – e non a caso, viste le connessioni esistenti tra questi due mondi – arriva per l’appunto Clubhouse. Il quale, proprio per il suo posizionamento unico, conta tra i propri early adopter un’altissima percentuale di professionisti del mondo della tecnologia, dell’innovazione, del business e del marketing: chi conta degli interessi verso queste audience dovrebbe guardare a Clubhouse ancora più attentamente, e già da domani.

Non il vestito, non il mascara, non la camicia, non lo sfondo: qui a contare sono unicamente la competenza, lo stile, il tono di voce, senza altre distrazione o palliativi. E proprio per questo è il luogo adatto per costruire un personal brand, che deve essere autentico e riconoscibile a partire da pochi semplici caratteristiche.

E certo, qui sopra ho detto che per capire e muoversi con scioltezza in Clubhouse serve tempo. Ma non possiamo certo dire che nel mondo dei blog, dei video e dei podcast serva poco tempo, anzi. Per costruire un buon brand personale è sempre necessario un investimento di ore e di energie, a prescindere dal mezzo scelto.

Ma come si dovrebbe utilizzare Clubhouse per rafforzare il proprio brand personale? Le regole di base sono sempre le stesse. L’autenticità deve farla da padrona, e il mezzo in tal senso, come abbiamo visto, aiuta parecchio. Bisogna poi come sempre essere coerenti, sia tra il proprio atteggiamento su Clubhouse e quello sugli altri canali di comunicazione (Facebook, blog, libri, conferenze, etc) sia tra una chiacchierata e l’altra sul medesimo canale. È essenziale, ovviamente, anche mantenere stile comunicativo e tone of voice. Parlando poi della voce in quanto tale, anche su Clubhouse, come nel mondo del podcast, è premiante essere in grado di modularla bene: i podcaster, gli speaker radiofonici e via dicendo partono certamente avvantaggiati.

Per far fruttare il proprio investimento di energie e di tempo senza però sprecare né le prime né il secondo è poi bene concentrarsi su un unico argomento di discussione, scegliendo ovviamente quello attinente al proprio focus: il consulente di web marketing che si rivolge alle torrefazioni artigianali italiane non si metterà a discutere di scarpe da calcio, restando entro le proprie tematiche di interesse. Così facendo si eviterà anche di rendersi ridicoli, il che dovrebbe essere scontato, ma purtroppo non lo è.

E poi? Poi bisogna prendere dimestichezza con l’app, creare le stanze giuste e via dicendo. Ma di questo, probabilmente, parleremo in futuro!

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