Web Marketing Podcast di Alessandro Mazzù: ascolta & scarica

Negli ultimissimi anni il personal branding è diventato molto, molto di moda. Perché? Perché ha fatto qualche ospitata negli show più importanti? Perché ha vinto il campionato? Perché ha partecipato al Grande Fratello Vip, o magari a Ballando con le Stelle? Perché è stato indossato da qualche influencer di grido? Perché è stato paparazzato insieme a una celebrity? No: il personal branding è diventato di moda senza spinte e senza artifici, arrivando sulla bocca di tutti semplicemente perché funziona. Allo stesso modo qualche secolo fa è diventata di moda la stampa a caratteri mobili, e così qualche decennio fa è diventato molto popolare avere un pc. Ma si sa, quando qualcosa diventa di moda viene un po’ macchiato, nel senso che tutti ne parlano, e in tanti ne parlano male. E no, non nel senso che qualcuno “dice brutte cose” sul conto del personal branding. No, nessuno sta denigrando questa attività. Anzi, qualcuno ci ha anche provato, ma con risultati irrilevanti. Dico che in tanti ne parlano male nel senso che dicono delle cose sbagliate, definendo in modo errato il personal brand e descrivendo strategie di personal branding semplicemente campate per aria, inutili e persino controproducenti. E così, dopo post, podcast e libri dedicati a spiegare cosa è il personal branding, oggi farò il contrario, e scriverò cosa non è il personal branding, prendendo le mosse da tutto quello che m’è toccato sentire e leggere negli ultimi mesi.

Fare personal branding non vuol dire diventare famosi. Ecco un accostamento che crea un sacco di confusione, anche perché non è immediatissimo capire cosa c’è di sbagliato. Certo, occuparsi del proprio personal branding vuol dire ideare, studiare, creare e curare nel tempo il proprio brand. E certo, si potrebbe pensare, facendo 1 più 1, che creare un brand significhi voler diventare famosi. Ma non è così. Sicuramente sì, è possibile che, lavorando al proprio brand personale, si finisca per andare incontro a una certa fama, e quindi per diventare più famosi di prima. Ma non è certo questo il fine: fare del personal branding vuol dire dare visibilità al proprio brand, e il fatto di diventare famosi non è affatto un obiettivo, quanto invece un eventuale effetto collaterale. Potremmo invece dire che fare personal branding vuol dire puntare a diventare selettivamente famosi. Una strategia super efficiente di personal branding può dunque farci acquisire fama in una ristrettissima cerchia di interessati – il nostro target vero, i nostri potenziali clienti – e lasciarci completamente nell’oscurità per il resto del mondo!

Fare personal branding non vuol dire parlare di sé stessi. Chi dice che il personal branding è questo dice di fatto che lavorare al proprio brand vuol dire pubblicare le pagine del proprio diario, o che ne so, abusare del concetto della libertà di parola. Ma attenzione, il fatto che tu possa dire qualsiasi cosa ti passa per la testa, non significa affatto che lo debba fare. Fare personal brand non vuol dire parlare di sé stessi, quanto invece comunicare il proprio valore e raccontare sul mercato la propria figura, parlando del proprio brand, e quindi di fatto di quello che si può fare per gli altri (e per gli altri intendo i clienti, i datori di lavoro e via dicendo).

Curare il proprio personal branding non vuol dire essere perfetti. Questo va precisato per molti motivi differenti. Chi si convince che la perfezione sia una base necessaria per fare del buon personal branding non può che rinunciare fin da subito a perseguire questo obiettivo, per il semplicissimo fatto che nessuno di noi è perfetto, né lo sarà mai. Ma non è tutto qui: è necessario capire che la perfezione non è un criterio per fare personal branding anche per non essere spinti a dare un’immagine falsata di sé stessi. Un personal brand, per essere vero, deve essere imperfetto. Insomma, la Nutella ha forse mai negato di non essere propriamente dietetica, no? Eppure il marchio funziona benissimo, e pure da parecchio.

Fare personal branding non è un atto di narcisismo. Qui parliamo di business, di lavoro. Il candidato che lavora al proprio marchio personale non lo fa per narcisismo, lo fa per aumentare le probabilità di essere assunto. Il consulente che dedica un’ora o più al giorno al proprio brand personale non lo fa perché è convinto di avere la barba più bella di tutti, lo fa per posizionarsi in modo efficace sul mercato e per consolidare nel tempo quella preziosa posizione – pur sapendo che la propria barba potrebbe conquistare a mani basse copertine su copertine. Ma questo è un altro discorso. 

Fare personal branding non vuol dire creare un’immagine fittizia. Nossignore: come ho spiegato più e più volte, un brand personale si fonda sull’autenticità della persona. E questo lo dico per una questione morale, etica, ma non solo. L’immagine creata attraverso una strategia di personal branding deve essere autentica per il semplice fatto che un’immagine falsa non potrebbe che essere poco efficace nel tempo: le bugie hanno le gambe corte, anche nel mondo del marketing. Pensa a tutta la fatica che si potrebbe fare per costruire e mantenere un’immagine fittizia, pensa alla difficoltà nell’evitare giorno dopo giorno di creare delle incoerenze. Molto, molto meglio invece partire dai propri punti di forza, dalle proprie peculiarità e della proprie caratteristiche, e da lì costruire il proprio brand personale, autentico e originale.

Il personal branding è la presenza sui social media. Sì, e la cucina italiana è la pizza. Ma di cosa stiamo parlando? Certo, il nostro Paese è famoso in tutto il mondo per la pizza. Ma dove mettiamo gli spaghetti alla carbonara, le lasagne, il tiramisù, il pesto, la fiorentina, la focaccia, i ravioli, la polenta, il cannolo siciliano e la mitica sfogliatella? Non fermiamoci alla superficie: fare personal branding vuol dire curare la propria presenza online, sui social media e sul proprio sito web, ma anche partecipare agli eventi, presentarsi in un certo modo, vestirsi in modo coerente e via dicendo.

Il personal brand non è un’attività una tantum. Ci sono persone convinte che si possa creare un personal brand e vivere di rendita, senza curarlo o svilupparlo nel tempo. Un po’ come se si decidesse di dedicare due giornate della prossima settimana a questa attività e poi dedicarsi ad altro, come se costruire un personal brand equivalesse a tinteggiare il salotto: lo si fa una volta ogni 4 anni, e il problema è risolto. Macché! Il personal branding è un’attività continuativa. Certo, all’inizio è necessario investire parecchio lavoro, tra ideazione, pianificazione, eccetera eccetera. Ma poi il lavoro deve andare avanti, ogni giorno, con alcuni precisi passaggi.

Il personal brand non è qualcosa che si crea dal nulla. Non pensare al personal brand come a un oggetto: prima non ce l’hai, poi lo compri, e ce l’hai. No: tu, di fatto, hai già un personal brand. Tutti ne abbiamo uno, dal momento in cui abbiamo iniziato a socializzare, a presentarci a determinate persone, a mandare curricula, a scrivere e-mail, a postare sui social e via dicendo. Ma sai che ti dico? Il fatto di avere un personal brand e di non curarlo affatto vuol dire avere un personal brand poco efficace, il quale anzi potrebbe essere persino dannoso!

Ecco, tutto questo non è personal branding. Chiaro, vero?

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