C’è una convinzione che continua a circolare tra i content creator e che, secondo me, oggi è diventata uno dei motivi principali per cui tantissimi smettono di pubblicare. È l’idea che per ottenere risultati servano migliaia di follower. Che prima bisogna costruire una community enorme e solo dopo arriveranno le visualizzazioni. È una convinzione che aveva senso qualche anno fa. Oggi molto meno. Anzi, se continui a ragionare in questo modo rischi di interpretare completamente male quello che sta succedendo sulle piattaforme. Perché la verità è che non viviamo più nell’epoca dei social media. Viviamo nell’epoca degli interessi. E capire questa differenza può cambiare completamente il modo in cui crei contenuti.
Prova a pensarci. Qualche anno fa aprivi Facebook o Instagram e trovavi quasi esclusivamente i post delle persone che avevi deciso di seguire. Amici, parenti, colleghi, qualche pagina che ti piaceva. Era un sistema basato sulle relazioni. Oggi non funziona più così. Apri YouTube, Instagram, TikTok e spesso la prima persona che compare sullo schermo non sai nemmeno chi sia. Non la segui. Non l’hai mai vista prima. Eppure il contenuto è lì davanti ai tuoi occhi. Perché? Perché l’algoritmo non sta più cercando le persone che conosci. Sta cercando gli argomenti che potrebbero interessarti in questo preciso momento.
È un cambiamento enorme, ma molti creator continuano a comportarsi come se fossimo ancora nel 2018. Continuano a ripetersi che prima devono costruire una base di follower, che il loro canale è troppo piccolo, che nessuno li conosce e che quindi è normale fare poche visualizzazioni. In realtà oggi un contenuto può raggiungere migliaia, decine di migliaia o addirittura milioni di persone anche se il canale è appena nato. Certo, non succede automaticamente. Ma succede molto più spesso di quanto immaginiamo. Questo significa che ogni video, ogni Reel, ogni Short riparte quasi da zero. Non viene premiato il passato. Viene valutato il contenuto che hai appena pubblicato.
Questa, secondo me, è una delle notizie migliori che un creator possa ricevere. Significa che non sei condannato perché hai iniziato tardi. Non sei obbligato a rincorrere chi pubblica da dieci anni. Ogni nuovo contenuto ha la possibilità di dimostrare il proprio valore. È una sfida molto più meritocratica di quanto fosse qualche anno fa. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Se ogni contenuto viene giudicato singolarmente, allora non puoi più pensare che basti pubblicare qualsiasi cosa perché tanto i tuoi follower la guarderanno comunque. Ogni volta devi conquistare l’attenzione da capo.
Ed è qui che vedo l’errore più frequente. Molti creator dedicano più tempo a studiare l’algoritmo che le persone. Cercano il giorno perfetto, l’orario perfetto, l’hashtag perfetto, il trucco segreto che dovrebbe convincere la piattaforma a distribuire il video. Ma l’algoritmo, in fondo, fa una cosa molto semplice. Osserva il comportamento delle persone. Se le persone guardano il video, continuano a guardarlo, interagiscono e lo condividono, lui capisce che probabilmente vale la pena mostrarlo anche ad altri utenti. L’algoritmo non è il tuo pubblico. L’algoritmo osserva il pubblico.
Per questo motivo credo che una delle domande più inutili che un creator possa farsi sia: “Come faccio a piacere all’algoritmo?”. La domanda giusta è un’altra: “Come faccio a meritare l’attenzione di qualcuno che non mi conosce?”. È una domanda completamente diversa. Ti costringe a pensare al titolo, alla miniatura, all’incipit, al ritmo, agli esempi, alla chiarezza del messaggio. Ti costringe a metterti nei panni di chi dall’altra parte ha mille alternative e decide, nel giro di pochi secondi, se restare oppure andare via.
Questo cambia anche il significato dei follower. Attenzione, non sto dicendo che non servano più. Sarebbe falso. Avere una community affezionata continua a essere un enorme vantaggio. Ma non sono più il punto di partenza. Sono una conseguenza. Se continui a creare contenuti che intercettano gli interessi delle persone, i follower arriveranno. Se invece insegui i follower senza creare contenuti interessanti, difficilmente costruirai qualcosa di solido. È un ribaltamento del modo di pensare che molti non hanno ancora compreso.
C’è poi un’altra riflessione che secondo me vale la pena fare. Molti creator interpretano ogni video che va male come una sentenza definitiva sul proprio valore. Pubblicano cinque video. Non succede nulla. Concludono che YouTube li abbia penalizzati, che Instagram sia saturo o che TikTok favorisca sempre gli altri. Ma se oggi ogni contenuto viene valutato quasi indipendentemente dagli altri, allora un video che non funziona non significa che il tuo progetto sia destinato a fallire. Significa semplicemente che quel contenuto non è riuscito a conquistare abbastanza attenzione. È molto diverso.
Pensa a quante volte hai visto un canale esplodere all’improvviso. Magari pubblicava da mesi con poche visualizzazioni e poi un video ha cambiato tutto. Non è magia. È il sistema che oggi funziona in questo modo. E questa è una notizia straordinaria, soprattutto per chi sta iniziando. Perché elimina una delle scuse più diffuse: “Non ho abbastanza iscritti”. Forse il problema non sono gli iscritti. Forse il problema è che il contenuto non è ancora abbastanza interessante da essere mostrato a persone che non ti conoscono.
Naturalmente questo non significa che basti aspettare il video fortunato. Anzi. Significa l’esatto contrario. Significa studiare molto di più. Analizzare i contenuti che funzionano, capire perché trattengono l’attenzione, osservare come vengono costruiti gli hook, come vengono raccontate le storie, come viene mantenuta viva la curiosità. Perché se ogni contenuto riparte da zero, allora ogni contenuto deve meritarsi il diritto di continuare a essere visto.
C’è un’altra conseguenza di questo cambiamento che credo sia ancora più importante. Oggi l’informazione è diventata una commodity. Qualunque persona può chiedere a un’intelligenza artificiale di spiegare un argomento e ottenere una risposta in pochi secondi. Questo significa che sapere qualcosa non basta più. La differenza la fa il modo in cui riesci a raccontarla. La tua esperienza. Il tuo punto di vista. Il tuo modo di spiegare. Le storie che scegli. Gli esempi che porti. Due creator possono parlare dello stesso identico argomento, ma uno riuscirà a tenere incollate le persone allo schermo e l’altro no. Non perché abbia informazioni migliori, ma perché ha imparato a comunicarle meglio.
Ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di brand personale. Molti pensano che il brand sia il logo, i colori o la grafica del canale. Io credo che il brand sia soprattutto ciò che le persone si aspettano quando vedono comparire il tuo volto o il tuo nome. È la fiducia che costruisci nel tempo. È la sensazione che provano quando sanno che quel video, probabilmente, varrà il loro tempo. E in un mondo in cui chiunque può produrre informazioni, questa fiducia diventa uno degli asset più importanti che puoi costruire.
Se dovessi riassumere tutto questo in una sola frase direi questa: smetti di inseguire l’algoritmo e inizia a meritare attenzione. Perché l’algoritmo cambierà ancora. Cambierà tra un anno, tra cinque anni e probabilmente anche tra pochi mesi. Ma finché ci saranno persone davanti a uno schermo, ci sarà sempre bisogno di contenuti capaci di incuriosire, coinvolgere e lasciare qualcosa. È questo il vero lavoro di un content creator. Non trovare scorciatoie. Ma diventare ogni settimana un comunicatore migliore di quello che era la settimana precedente.
E forse questa è anche la parte più rassicurante di tutta questa storia. Perché significa che il fattore più importante non è fuori dal tuo controllo. Non dipende da un aggiornamento dell’algoritmo, da una piattaforma o da una funzione appena introdotta. Dipende dalla tua capacità di osservare le persone, comprendere cosa cattura davvero la loro attenzione e costruire contenuti che meritino di essere guardati. Tutto il resto è rumore.