Web Marketing Podcast di Alessandro Mazzù: ascolta & scarica

I podcast vanno di moda. E non lo dico in termini dispregiativi: io sono un grande fan dei podcast, tant’è vero che il mio podcast dedicato alla consulenza strategica di marketing conta la bellezza di 140 episodi, ad ora. Se non lo hai ancora ascoltato, puoi farlo qui: https://www.alessandromazzu.it/podcast. Qualche tempo fa c’era stata la moda dei video, con tutti quanti a realizzare un sacco di filmati da postare su YouTube, sul sito web, sui social network e via dicendo, talvolta con risultati entusiasmanti, spesso con risultanti terribili che talvolta sono diventati virali proprio per la loro impresentabilità. In quei giorni tutti volevano fare video, armati di videocamera, di reflex o semplicemente di smartphone, con Hitchcock, Kubrick, Fellini, Truffaut e Leone un po’ a rivoltarsi nella tomba, un po’ soddisfatti dell’aver visto i titoli di coda prima dell’avvento dei videomaker della domenica.

E ora? Ora tutti vogliono fare podcast. E certo, non senza motivo: fare un podcast, e farlo bene, ha non pochi vantaggi. Questa attività può anzi diventare la punta di diamante di una strategia di marketing ben congegnata. La fruizione dei podcast da parte degli utenti è semplice e immediata, e può essere fatta in qualsiasi momento, anche mentre si prende la metropolitana o si corre per le vie del parco (il podcast è un mobile friendly content da paura). Seppur in voga, il podcast presenta comunque una concorrenza minore rispetto a blog e a video, soprattutto in determinati settori. Non va trascurato poi che creare dei podcast è un modo astuto per fare personal branding, con il pubblico che tende ad affezionarsi e a fidarsi di un podcaster in tempi piuttosto brevi, migliorando in modo estremamente efficace e duraturo la reputazione di un brand.

Quindi sì, spinte dai tanti vantaggi che un podcast permette di avere, tante persone decidono di diventare dei podcaster. Ma quante di loro ci riescono davvero? Quanti podcast arrivano al decimo, al ventesimo o al trentesimo episodio? Ecco, è sicuramente difficile dare delle statistiche precise, non esiste un vero e proprio catasto dei podcast, e le piattaforme sono tante. Come dare delle statistiche precise?

Qualcuno però ci ha provato. Todd Cochrane, CEO di Blubrry, che offre servizi di hosting per podcast, ha analizzato un po’ di dati, prendendo in considerazione nel 2017 circa 540.000 podcast diversi. Quanti di questi erano effettivamente in funzione? Ebbene, Cochrane ci dice che, sui 200.000 podcast nati negli ultimi due anni, oltre la metà erano già fuori produzione. Certo, alcuni di essi, forse, erano stati programmati per essere brevi, e quindi per durare solo qualche mese: si pensi per esempio a un podcast dedicato alla storia del web marketing in 20 episodi, o a un altro podcast dedicato ai dipinti sui gusci di uova di quaglia in 10 episodi. Quando non si ha più niente da dire, si tace, no?

Ecco, eccezion fatta per questi “minipodcast”, per tutti gli altri si può presumere una morte precoce e non programmata, per sopraggiunta perdita di motivazione, di interesse, di risorse, di contenuti e via dicendo. Per avere un altro dato sulla mortalità dei podcast, sempre Cochrane ci dice che, su 540.000 podcast presi in considerazione, solamente 132.000 avevano prodotto qualcosa di nuovo in tutto il 2017.

I podcaster anglosassoni, per riferirsi alla morte non programmata dei podcast, usano il termine “podfade”. Si parla di podfade quando un podcast inizia pian piano a produrre un numero sempre minore di episodi, per poi spegnersi del tutto. Il brutto è che tantissimi podcaster continuano a negare di essere in questa situazione, persino tra sé e sé, per ammetterlo solo dopo mesi e mesi di silenzio e di frustrazione (e qui, se fossimo nel mio podcast, farei forse partire una musichetta drammatica di sottofondo, come se stessimo registrando una campagna di sensibilizzazione per aiutare gli ignari podcaster che affrontano il podfade).

Insomma, pochi podcast raggiungono il successo, mentre tantissimi non vedono l’alba di un nuovo anno, nonostante tutti i buoni propositi tipici dei primi episodi. Perché, per quale motivo succede tutto questo? Semplice: non basta comprare un microfono bello figo per avere la certezza di fare un buon podcast. Nossignore, per fare un podcast efficace, di qualità e destinato a durare nel tempo – e a portare a casa i risultati prefissati – ci vogliono impegno, competenze, strumenti, tempo e pazienza.

Quindi sì, lo dico. Tutti sono in grado di registrare e lanciare, in qualche modo, qualche episodio di un podcast. Pochi, invece, sono capaci di gestire un podcast di successo, che porti quindi ai risultati sperati. Fare un buon podcast, insomma, non è esattamente alla portata di tutti, per il semplice fatto che ci sono tantissimi aspetti da tenere in considerazione per fare un buon lavoro.

Prima di tutto, per fare un buon podcast serve tempo. Qualcuno potrebbe persino arrivare a pensare che, per realizzare un episodio da 15 minuti, basti una mezz’oretta. Certo, come no! 30 minuti bastano senza contare il tempo per preparare i contenuti per l’episodio, quello per registrarlo, quello per editarlo, quello per pubblicarlo, per promuoverlo e via dicendo. Ed è questo uno dei principali ostacoli per i podcaster: dopo alcuni episodi, si rendono conto di non voler impiegare il proprio tempo per quell’attività, come in passato magari hanno deciso di non impiegarlo per la gestione di un blog.

Certe volte è proprio una questione di contenuti, che possono essere troppo noiosi, male organizzati o magari non interessanti per il pubblico. In quel caso, a uccidere un podcast è proprio la noia, che si traduce in un’assenza di ascoltatori, e quindi in una triste e anonima scomparsa in solitudine di un podcast non apprezzato. Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore?

Non si può infatti trascurare il pubblico: prima ancora di pensare ai contenuti, alle tecniche e alle tecnologie bisogna infatti pensare agli ascoltatori. Chi è il tuo ascoltatore? Che cosa vuole? Cosa sa, e cosa non sa? Quale formato potrebbe preferire? Ogni quanto è disposto a prestare orecchio alla tua voce? Spesso i podcast non hanno un pubblico perché, fin dall’inizio, non hanno deciso quale doveva essere la propria audience.

O ancora, non si contano i podcast che sono finiti anzitempo per mancanza di originalità. Un podcast, per avere successo, deve essere originale, e quindi presentare al pubblico qualcosa di nuovo: dei contenuti nuovi, non trattati da nessuno, o dei contenuti che qualcuno ha già trattato, ma presentati in modo differente, o con uno stile diverso. Un podcast che ripete quanto detto da altri negli stessi termini è un podcast inutile, che dunque non ha motivo di esistere.

E poi ci sono dei buoni podcast che, pur avendo tutte le carte in regola, non incontrano il successo sperato, e quindi vengono cancellati. Spesso questo accade per via di un lancio in sordina, effettuato da un podcaster inesperto che non sa quanto sia fondamentale questa primissima fase, tenendo conto degli algoritmi e dei meccanismi dei vari portali che ospitano i podcast, come ad esempio Spotify, iTunes, Google Podcast, Spreaker, etc.: è proprio in base agli ascolti, ai download e alle interazioni con i primissimi episodi di un podcast che viene deciso il suo destino a breve e (in parte) a lungo termine, quindi molto meglio non toppare in questa fase!

E poi… e poi ci sono tanti altri motivi che condannano un podcast, come l’incapacità di gestire la voce, che può così risultare persino fastidiosa all’ascoltatore; la bassa qualità della registrazione, che rende difficile o persino impossibile ascoltare e comprendere il podcast; e che dire dell’impazienza di tanti podcaster che dopo una manciata di episodi, non avendo raggiunto il pubblico desiderato, decidono di aver già investito fin troppo tempo in questa attività?

L’ho detto, e lo ripeto: i podcast non sono alla portata di tutti. Tu pensi di avere la stoffa del podcaster?  

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