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L'Academy per i consulenti di Web Marketing

Un bravo consulente di web marketing deve conoscere il pubblico. Meglio: deve conoscere il proprio pubblico e deve conoscere il pubblico dei propri clienti, in modo da poter elaborare le più adatte strategie per sviluppare i loro brand e accrescere le loro vendite.

Conoscere il proprio pubblico è, come è noto, uno degli aspetti fondamentali nel personal branding. Promuovere il proprio marchio vuol dire infatti raccontare una storia, e si sa, un elemento fondamentale di qualsiasi storia è rappresentato proprio dal destinatario. Ecco allora che, prima di comunicare qualcosa al pubblico, è necessario capire qual è l’età media, qual è il genere, qual è il livello di istruzione, qual è il reddito, quali sono i suoi interessi, qual è la sua giornata tipo, quali sono i suoi problemi, quali sono le sue paure, quali sono i suoi obiettivi…

Ma il pubblico resta sempre uguale? Quando diciamo che ‘bisogna analizzare il pubblico’ intendiamo che basta farlo una volta, come si farebbe se si analizzasse una pietra? Ebbene, un consulente di marketing specializzato nelle consulenze nel campo dell’hospitality avrà sempre a che fare con albergatori, affittacamere e gestori di camping, così come il consulente specializzato nella promozione di birrifici avrà sempre a che fare… beh, con i birrai. Il suo pubblico, insomma, sarà sempre lo stesso. E un discorso simile vale anche per le altre attività. Un albergatore, a sua volta, avrà il proprio pubblico ben definito, formato da famiglie, oppure da coppie, o ancora, da lavoratori in trasferta, da turisti interessati alla montagna, oppure al mare, oppure ai beni culturali, oppure ai tour enogastronomici.

Fino a quando non si cambia strategia in modo volontario, di solito, insomma, il pubblico resta il medesimo. Non dovremmo però pensare di avere a che fare con delle pietre: stiamo pur sempre parlando di esseri umani, e quindi di persone che nel tempo cambiano i gusti, le opinioni, i bisogni e via dicendo. Il problema è che non è facile seguire i cambiamenti di pensiero dei singoli clienti e per questo tali mutamenti vengono nella maggior parte trascurati.

Devi però sapere che, negli ultimi due anni, c’è stato un evento che ha portato a un cambiamento diffuso tra tutti i consumatori. I potenziali clienti del consulente di marketing specializzato in startup, il pubblico di riferimento di un ristorante, le persone target di un ferramenta: il modo di pensare e di comportarsi di tutte le persone è stato influenzato dalla pandemia, a prescindere da età, settori e abitudini.

Una persona che si occupa di branding e di comunicazione non può assolutamente trascurare questo aspetto: impostare una strategia di comunicazione facendo finta che non ci sia stata nessuna pandemia sarebbe un grosso errore, per il semplice fatto che questa lunga crisi sanitaria ha lasciato dei segni, piccoli e grandi, in ognuno di noi.

Potremmo dire che, tra gli effetti collaterali della pandemia, c’è stato anche quello di accelerare dei cambiamenti in corso, e di introdurne altri di semi-nuovi. Ma cosa è successo al di sotto della superficie? In che modo la pandemia ha cambiato il modo di pensare del consumatore, e in che modo dovrebbero cambiare di conseguenza i contenuti di chi vuole promuovere un brand?

C’è uno studio che fa al caso nostro, effettuato da Glocalities, e basato su due round di interviste in profondità, effettuate in 24 Paesi diversi. La prima sessione di interviste è stata fatta nelle prime settimane del 2020, appena prima dello scoppio della pandemia in Occidente, con i conseguenti periodi di lockdown; la seconda è stata fatta nel novembre dello stesso anno.

Lo studio ci dice che l’impatto della pandemia Covid-19 ha due facce ben distinte. Da una parte, infatti, la pandemia ha portato le persone a essere più impaurite e più ostili. La qualità della vita, affermano gli intervistati, è peggiorata, e lo ha fatto in molti campi differenti: parlano della gioia di vivere, delle finanze, della salute mentale, della salute fisica, della vita sociale e della fiducia nell’umanità. Queste risposte stupiscono, ma neanche troppo: dobbiamo infatti ricordare che la seconda intervista è stata fatta in autunno, dopo l’illusione dell’estate con il calo dei contagi in Europa, dopo l’arrivo della seconda drammatica ondata, in un mondo sostanzialmente differente dal mondo ‘normale’ di gennaio e febbraio 2020.

Ma questa, per l’appunto, è solo una faccia – quella prettamente negativa – dell’impatto della pandemia sulle persone. Ne esiste un’altra. Le quarantene, e ancora di più i lockdown, hanno portato le persone a confrontarsi con la mancanza di libertà con delle restrizioni inedite e con la drastica riduzione del contatto umano. Ecco allora che proprio la libertà, la socialità, il contatto umano hanno acquisito valore nella mente delle persone, portando il pubblico a riconoscere maggiore importanza nei concetti di comunità, di uguaglianza e di solidarietà sociale. In generale, insomma, la pandemia sembra aver portato il pubblico ad attribuire maggiore valore agli aspetti non materiali dell’esistenza.

Da un lato, dunque, la pandemia ci ha fatto diventare più pessimisti e più spaventati. Ma ci ha fatto anche rivalutare in parte le priorità della vita, portandoci a dare più valore alla comunità.

Più nello specifico, analizzando tutti i dati, i ricercatori hanno individuato 9 trend internazionali risultanti dalla crisi sanitaria. Eccoli:

  • Paura e pessimismo crescenti
  • Crescente attenzione al postmaterialismo e alla libertà
  • Diminuzione dell’attenzione al patriarcato, alla legge e all’ordine
  • Aumento del sostegno all’emancipazione e all’uguaglianza
  • Crescente attenzione alla condivisione e alla comunità
  • Diminuzione dell’attenzione all’edonismo e alla bellezza
  • Maggiore attenzione alla salute, alla vitalità e all’adozione di precauzioni
  • Aumento delle preoccupazioni di stampo ambientalista, ma meno prioritarie nella pratica
  • Maggiore enfasi sulla crescita economica inclusiva

Chi lavora nel campo della comunicazione, chi mette a punto delle strategie per attirare l’attenzione del pubblico, chi ha l’incarico di aumentare le conversioni, non può assolutamente trascurare questi trend. Certo, non stiamo parlando di fatti: stiamo parlando di pensieri, di intenzioni e in parte di propositi. E sì, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e questo valeva prima della pandemia come vale oggi. Le persone hanno affermato di riconoscere meno valore negli aspetti non materiali della vita, ma non abbiamo visto molte persone disfarsi dei loro beni terreni per avviarsi verso una vita da asceta, non è vero?

Però, partendo da queste intenzioni, qualcosa è comunque cambiato. Devono tenerne conto le persone che promuoveranno birre, aspirapolvere, concerti, polizze assicurative, alberghi e via dicendo. Perché la gente ha più paura, perché sopporta meno i messaggi sessisti, perché guarda con un nuovo occhio alle malattie, perché si preoccupa di più per l’ambiente, perché vuole maggiore sicurezza, e per tanti altri motivi legati a doppio filo con il Covid-19.

I consumatori cambiano sempre, ma di solito lo fanno pian piano, dapprima alla spicciolata, e poi semmai in modo più compatto. La pandemia ha portato a un cambiamento improvviso e diffuso, e bisogna tenerne conto in tutte le attività di promozione, in qualsiasi settore.

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